• Gülsün Karamustafa

a cura di Teresa Macrì

Durata
5 febbraio - 20 marzo 2004

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Gülsün Karamustafa è un'artista speciale perché appartiene ad una categoria esclusiva e rara: quella degli imprescindibili. Quelli che, nello sterminato orizzonte artistico, collimano con le fondamenta di un pensiero, saldano le perimetrie del progetto, strutturano e rafforzano l’idea. La Karamustafa, infatti, è una di quegli artisti che incanta ripetutamente, che spiazza per la variazione narrativa e che continua a sorprendere senza mai deludere.

Parallelamente Gülsün Karamustafa declina sul tempo la sua ricerca, sfibrandone la rapidità con cui esso metabolizza, deglutisce e accantona, sempre piú ineluttabilmente, la sempre piú breve vita dell’artista. Sorvola le mode e le tendenze, depista i simulacri effimeri del gusto e le temperanze del gesto. Gülsün Karamustafa ha una freschezza intuitiva data dalla stessa intensità con cui vive la sua vita e che riesce a translitterare in rappresentazione con un impeto congenito, attingendo ad una sorta di realismo radicale. Gülsün, infatti, si interroga, in una variazione costante di opzioni rappresentative, su quel limine incauto e prismatico dell’identità. Un limine su cui ancora incombono rischi di retorica ed equivoci nazionalistici. Un limine che riesce a convogliare in quella che, giustamente, Zygmunt Bauman definisce “modernità liquida”, dato che è proprio il suo stato di “liquidità” a farne scorrere un concetto cosí fluido.
“L’identità è un concetto fortemente contrastato” scrive sempre Bauman poiché, effettivamente, viene usato per ghettizzare e claustrofizzare uno stato d’essere che è inenarrabile e incasellabile. L’identità di un essere è sostanzialmente la sua costruzione continua culturale e geografica, la somma delle multi-appartenenenze che tendono a giustapporsi fra loro. Questo impetuoso campo che Bauman assimila ad un campo di battaglia: “L’identità nasce solo nel tumulto della battaglia e cade addormentata e tace non appena il rumore della battaglia si estingue”, combacia con la ellisse rappresentativa di Gülsün Karamustafa poiché su quel limine arduo e fragile l’artista assomma le sue problematiche, svariatissime e immaginifiche. Su quella soglia poco confortevole, l’artista impegna tutta la sua leggera ragionevolezza, per rinnovare il suo sentire, irriverendo a quella monolitica e fuorviante significazione etnocentrista che esclusivizza l’identità all’etnos, anzi, costruendone i suoi segmenti attraverso differenti allusioni: il gender, la religione, la classe, le differenze, la quotidianeità, la città, lo svago, la politica, l’economia libidinale. Soglie d’appartenenza che si sciolgono come rivoli di rugiada per formare la stessa e inscindibile goccia d’acqua. Cosí come le sue polimorfi pratiche artistiche si irrelano in quell’oggetto assoluto che è costituito dalla rappresentazione del pensiero, senza la precostituzione di categorie di intervento: l’installazione, la fotografia, il video, l’audio intervengono, infatti, come strumenti desideranti nel suo ordito intellettuale, quello, appunto, che sostiene l’idea.

Galata: Genova (Scavare finestrini), titolo della mostra torinese, ruota come un prisma sfaccettato e ibridante, appunto, sulla liaison che annoda la città ligure e il quartiere turco, una comunanza che deriva dalla storica colonizzazione di Galata (uno dei piú antichi quartieri di Istanbul situato sulla riva settentrionale del Corno d’Oro) da parte dei genovesi nel secolo XIII. Una comunanza che si ritrova ancora nei due prospetti urbani ma che, soprattutto, riaffiora come memoria storica e come testimonianza di un assoggettamento.
I postcolonial studies hanno rigorosamente certificato quanto la costruzione dell’identità di una nazione, di un popolo e di un soggetto deambuli attraverso il mosaico culturale e socio-economico degli eventi storici che lo hanno segnato. Quanto questo mosaico tragga origine da specifiche storiche di spostamenti e violente sostituzioni culturali accompagnate da ambizioni territoriali.
La Karamustafa riattraversa il connubio tra Galata e Genova sul piano della soggettività contemporanea, attraverso dispositivi rappresentativi che si accentrano sui processi di similitudine architettonica e di interazione culturale. Ma, in una più sottesa interpretazione, tale raccordo non può che confluire in quei fenomeni di integrazione e di esclusione che l’occupazione di un territorio da parte di forze coloniali proiettano sulla “costruzione” e della coscienza nazionale e della soggettività. In realtà la Karamustafa, simile ad una archeologa, non fa che “scavare” dentro le pieghe del tempo per riportarne alla luce i resti che, sia pure nella loro fragile consistenza, reificano l’intangibilità della memoria. E, l’atto di restituzione, avviene per sintagmi: l’oggetto trovato, le foto rubate, il video infinito in un tempo sospeso tra l’opalescenza del passato e l’effervescenza del presente.
In questo viaggio simbolico che è soprattutto uno “scavo” interiore, l’artista riattraversa un frammento della sua appartenenza, recuperando e risollecitando uno di quegli incunaboli che costituiscono l’architettura identitaria. Poiché, come ha scritto Amin Maalouf, “l’identità di una persona non è una giustapposizione di appartenenze autonome, non è un patchwork, è un disegno su una pelle tesa; basta che una sola appartenenza venga toccata ed è tutta la persona a vibrare”.